FELICITÀ

FELICITÀ

Felicità è il titolo dell’ultima lettura che devo a Monica.

Cos’è per te la felicità

La risposta a questa domanda è sempre molto soggettiva.

E se la felicità fosse uno stato d’animo diffuso e coinvolgesse tutti?

L’autore del libro: Will Ferguson delinea la sua ipotesi su cosa accadrebbe se in breve tempo tutti fossero felici.

Come? Attraverso un manuale: il manuale della felicità.

Pensi che ne avremmo bisogno?

Il protagonista del libro: un editor che ricevere il manoscritto di questo manuale lo cestina immediatamente, ma poi …

Tutto è raccontato con una ironia che ha distinto questa lettura divertente pur mantenendo una importante riflessione di fondo.

Tengo particolarmente a segnalarti la casa editrice: Accènto. 

Fondata da Alessandro Cattelan, questa casa editrice indipendente ha tra i propri progetti, l’obiettivo di tradurre libri che mancano sul mercato italiano, come in questo caso.

Oltre all’umorismo, questo libro mi ha regalato una piccola scoperta, che con il mio amore per le parole, e per le parole in lingue differenti,  ho davvero apprezzato:

Recentemente May aveva curato per la Panderic la pubblicazione di un bizzarro dizionario di termini oscuri. Il titolo era Gli intraducibili, e si trattava di una scherzosa rassegna di alcuni termini assenti dalla lingua inglese. Interi sentimenti, interi concetti che restavano inespressi per il semplice motivo che non era mai stata coniata una parola capace di definirli. Parole come “mono-no-awarè,” “la tristezza delle cose,” un termine giapponese che definiva l’eterno pathos che fa capolino appena sotto la superficie della vita. Parole come “mokita,” che in lingua kiriwina della Nuova Guinea indica “la verità di cui nessuno parla.” Si riferisce al tacito accordo, tra due o più persone, di evitare riferimenti espliciti a un segreto ben noto…

Conosci anche tu qualche intraducibile?

CASTORI

CASTORI

I castori vivono dove c’è sufficiente acqua per immergersi, costruiscono l’ingresso delle loro tane sott’acqua per una maggiore sicurezza, quindi se il livello di acqua non è sufficiente, costruiscono una diga.

Abbiamo imparato l’associazione di pensiero “castoro – diga” fin da piccoli, tu ricordi ad esempio qualche cartone animato in particolare?

Cito i cartoni animati perché i castori di cui voglio parlare sono sicuramente dei personaggi.

I castori di cui voglio parlare vivono a Brdy in Repubblica Ceca.

Il nome di questa area: Brdy deriva da brdo che significa collina, proprio perché si tratta di un’area collinare / montuosa e boscosa.

La presenza in quest’area di una zona militare, ha fatto sì che la zona non venisse interessata da nessun tipo di urbanizzazione, preservando di fatto l’aspetto naturalistico: flora e fauna.

Divenuto paesaggio sotto tutela ambientale per Brdy si era resa necessaria la sistemazione di un canale di scolo costruito dall’esercito e il ripristino delle zone umide.

Opere ingenti e oltremodo costose i cui progetti si erano arenati sotto il peso di burocrazia e attesa di stanziamenti.

Ma i castori hanno magicamente risolto la questione costruendo una diga!

Costo zero e una grande lezione da imparare.

La Natura ci insegna la vita in armonioso equilibrio.

“I castori sanno sempre cosa è meglio. I luoghi in cui costruiscono le dighe sono sempre scelti nel modo giusto, meglio di quando li progettiamo sulla carta” queste parole sono di Jaroslav Obermajer, responsabile dell’ufficio della Boemia centrale dell’Agenzia ceca per la protezione della natura e del paesaggio (AOPK).

Castori

Che dire?

Userei le parole di Jules Verne:
La forza creatrice della natura vince l’istinto distruttore dell’uomo.

Tu conosci un altro caso simile?

ECHI DALL’IGNOTO

ECHI DALL’IGNOTO

Echi dall’ignoto è il libro che ho ricevuto nell’ambito della fiera dei libri online di Manuale di Mari.

Ringrazio l’autore: Cristiano Venturelli per la cortesia.

L’antologia Echi dall’ignoto è la sua terza opera editoriale.

Cos’è l’ignoto?

Cristiano pone e di pone questa domanda, mettendo l’accento su una citazione di H.Philip Lovecraft:
Il sentimento più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.

Tu come ti rapporti con il coraggio?

Se ti trovassi di fronte a qualcosa che in genere potrebbe essere definito fenomeno paranormale come reagiresti?
Vorresti scoprire di cosa si tratta veramente oppure fuggiresti a gambe levate?

Rispetto al concetto di ignoto, la tua prima reazione immediatamente istintiva ti porta a considerare qualcosa di oscuro e negativo?

Credi che tutto debba avere una spiegazione logica?

O al contrario secondo te la linea di confine che può portare ad intersecare situazioni quotidiane con ambiti soprannaturali può anche essere sottile?

Ognuno dei protagonisti affronta l’ignoto in modo diverso ma ancor prima ognuno dei protagonisti rappresenta debolezze umane e fallibilità.

Eppure da ogni racconto emergono valori molto importanti, offrendo spunti di riflessione su aspetti ai quali è bene dare eco.Leggendo le note sull’autore traspare l’amore per la figlia, alla quale il libro è dedicato.

Visto che presto sarà il 19 marzo colgo l’occasione per esprimere gratitudine per tutti i papà amorevoli.

SHOUT SONGS

SHOUT SONGS

Tecnicamente la definizione di shout songs rimanda al genere Gospel: canto religioso fortemente ritmico della tradizione popolare afroamericana, caratterizzato da canti o grida di risposta tra il leader e la congregazione.

Grida dunque: shout.

Grida di invocazione, possiamo dire di tipo gioioso.

Se però penso a shout songs immediatamente si materializzano nella mia mente canzoni completamente diverse.

Canzoni per me irresistibili, nel senso che quando le ascolto mi sento fortemente coinvolta e mi ritrovo a cantare con una enfasi tesa ad una espressione di tipo inequivocabilmente liberatorio.

Grida che trascinano fuori un carico di emozioni.

Qual è la shout song per antonomasia secondo te?

Vagando per il web in cerca di risposte, il pezzo citato maggiormente mi ha lasciata in un certo qual modo perplessa.

In realtà è una delle canzoni nell’indice della mia Formula di Erone, quindi ha un significato particolare per me, ma per la mia visione non corrisponde esattamente all’idea di shout song: Won’t Get Fooled Again – Roger Daltrey – The Who.

Che ne pensi?

Proseguendo in una sorta di statistica dei brani più citati, mi sono resa conto che un’alta percentuale tra questi è nel mio indice

Un caso? Sicuramente no: ovviamente tutto si riconduce alla mia visione della musica.

Tu invece cosa preferisci cantare?
Lo so, dovrei usare il verbo ascoltare, ma shout songs prevede un ulteriore livello di coinvolgimento.

A proposito di coinvolgimento, colgo l’occasione anche per parlare di Emily Armstrong.

 

shout songs


Il suo canto ha urlato una responsabilità enorme: salire sul palco insieme ai Linkin Park.

Sicuramente nessuno ha preso in considerazione il pensiero di una sostituzione: impossibile, ma rimaneva comunque una enorme perplessità.

Per questo ho apprezzato la frase di Mike Shinoda: la voce di Chester Bennington siete voi.

Siamo noi la voce di chi ci ha lasciato.

All’opposto delle urla, c’è chi ha scelto il silenzio, nientemeno che mille artisti: 1,000 UK Artists

 

shout songs

Questi mille artisti inglesi hanno pubblicato un album composto da 12 tracce dal titolo Is that what we want?

Ecco i titoli:

  1. The

  2. British

  3. Government

  4. Must

  5. Not

  6. Legalise

  7. Music

  8. Theft

  9. To

  10. Benefit

  11. AI

  12. Companies


Questi “brani” non contengono nessuna delle mille voci tra le quali possiamo citare Annie Lennox e Kate Bush e rappresentano la protesta degli artisti contro la proposta di cambiare la legge sul copyright.

La modifica consentirebbe alle aziende di intelligenza artificiale di creare i propri prodotti utilizzando il lavoro protetto da diritti: musica, testi e altro, senza licenza, favorendo di fatto il cosiddetto addestramento degli algoritmi senza prevedere alcun compenso per gli autori.

Silenzio per comunicare.

Aggiungiamo anche la nostra voce?
O forse dovrei dire aggiungiamo anche il nostro grido …

 

GENTRIFICAZIONE O SUPERMERCATIFICAZIONE?

GENTRIFICAZIONE O SUPERMERCATIFICAZIONE?

Gentrificazione ormai lo sappiamo, è il termine coniato per definire la riqualificazione urbana che comporta però un cambiamento nel tessuto sociale originario.

Gentry era la piccola nobiltà di campagna, ai tempi odierni potremmo estendere il concetto a chi risponde alla descrizione di borghese? Ricco? Fortunato?

In sintesi le aree urbane “gentrificate” sono quartieri riconvertiti in zone accessibili solo a chi ha poteri di acquisto tali da sostenere un tenore di vita molto elevato.

Tu lo trovi un fenomeno positivo o negativo?

A me torna in mente la teoria delle finestre rotte.

Avevamo già chiacchierato a proposito di Philip Zimbardo sull’effetto Lucifero

Ulteriore esperimento, sempre all’Università di Stanford 1969: in origine su due autovetture assolutamente identiche, una abbandonata a Palo Alto, rimasta al suo posto integra, a differenza di quella abbandonata nel Bronx.

La rottura dello stallo coincide con la rottura di un finestrino della vettura a Palo Alto, preludio di saccheggio in linea con l’auto nel Bronx.

Come dire che qualcosa che appare già danneggiato presuppone che non se ne abbia considerazione.

Idea poi ripresa da Rudolph Giuliani per la città di New York a partire dalla metropolitana.

Possiamo definire New York come l’emblema della gentrificazione?

La tua città è gentrificata?

Vigevano no, anzi, mi occorrerebbe una parola per indicare l’esatto contrario.

Degrado?

In effetti una parte del centro storico anziché riqualificata progressivamente si “squalifica.”

Più volte ti ho raccontato della nostra provincia, Max Pezzali ai tempi delle lire la aveva descritta in quattro parole: due discoteche, centosei farmacie

Ecco le centosei farmacie ci sono ancora, le discoteche no.

E non c’è nessuna alternativa.

Niente di niente per i ragazzi, che si ritrovano abbandonati a loro stessi, ma in costante compagnia del rischio di essere aggrediti e rapinati da branchi di coetanei ben noti alle forze dell’ordine.

In compenso abbiamo un numero di supermercati che si candida ad essere tendente all’infinito, dal momento che continua a crescere.

Ormai siamo a livello di raccolta figurine, sono diventati tanti anche quelli “doppi.”

La certezza è che da ognuno si uscirà con qualche tipo di insoddisfazione, oltre all’enorme nostalgia per quel commercio ormai estinto.

Invento io la definizione: supermercatificazione.

Sarà vero che dobbiamo pur mangiare, ma ormai è diventato impellente anche il bisogno di nutrimento di altro tipo: nutrimento culturale, nutrimento sociale, e la fame di sentirsi liberi di non avere paura.

Gentrificazione o supermercatificazione?
Ma non potevamo semplicemente progredire?

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